RIAPRE A MILANO L’ANTICA FOCACCERIA

Fonte: www.vulcanostatale.blogspot.com

“Oggi qui noi celebriamo un grande progetto culturale. Palermo esporta 175 anni di tradizione, ma sopratutto apre una porta: tutti quelli che attraverseranno questa porta verranno proiettati in una Palermo dinamica, che non si arrende, che pur nelle difficoltà getta il cuore oltre l’ostacolo. Questa porta avvicina nord e sud di una nazione che oggi ancora di più ha bisogno di nuovo di sentirsi nazione. In un’Italia che si frantuma, l’iniziativa dell’Antica Focacceria cambia il ritmo e il corso degli eventi”. Con queste parole Maurizio Carta, Assessore al Centro Storico di Palermo, battezza la nuova sede dell’Antica Focacceria S. Francesco di Palermo a Milano e che, a partire dal 15 Novembre, farà da apripista al progetto di espansione all’estero, che prevede la successiva apertura di filiali in Europa, America del Nord e del Sud, Medio ed Estremo Oriente.

Era il 18 settembre del 2007 quando, Vincenzo Conticello, in un’aula di Tribunale, ha riscattato quella parte sana di siciliani e dell’imprenditoria dell’isola: “E’ lui, l’uomo con le stampelle, quello che veniva nel mio locale a fare le richieste estorsive”. Con questa frase ed il suo coraggio il proprietario dell’Antica Focacceria è stato costretto a ritardare il suo progetto che oggi compie a Milano una delle sue tappe fondamentali e che prevede l’inserimento, non solo dell’ambito gastronomico, ma del così detto shop-in-shop: il punto Spirit of Sicily, organizzato all’interno della focacceria, vuole rappresentare una Sicilia alternativa alla cultura dell’illegalità. Per questo motivo si darà visibilità, innanzitutto, ai prodotti Pizzo Free, cioè provenienti da aziende che garantiscono di non pagare tangenti e dai terreni confiscati alla mafia. Vi sarà spazio per ospitare anche la produzione di camice su misura: il sarto Gregory, storico marchio siciliano, sarà presente nel capoluogo lombardo per prendere le misure a chi vuole una camicia o un abito realizzati a Catania. Sempre tenendo conto di un’esperienza tramandata da generazioni, all’interno dello shop è dedicata un’intera vetrina alle pipe fatte a mano dalla Morelli di Caltanissetta, unico produttore di pipe della Sicilia.

La faccia di Milano

I soliti turisti popolano piazza del Duomo la mattina. Una fila di studenti che si dirige verso l’università ed altra gente sparsa che cammina frettolosamente per raggiungere chi il posto di lavoro, chi la banca, chi la metro. E’ benestante Milano: corso Vittorio Emanuele è uno sfarzo unico con i suoi tavolini davanti ai quali sei passato mille volte e non ti sei mai fermato per la paura di chiedere anche solo un caffè in questi posti di lusso. E’ viva Milano: c’è sempre gente, ovunque. All’aperitivo le colonne di San Lorenzo sono piene di ragazzi che si incontrano per cacciare via i pensieri di una giornata intera fatta di preoccupazioni e troppe responsabilità. La sera i navigli uniscono e raccolgono la bella gente che vuole solo divertirsi e ridere in compagnia. E’ proprio bella Milano: questa Milano!

Ma Milano è troppo per fermarsi solo a questo, e allora ecco che è capace anche di superare sé stessa e senza mostrarsi vivere un’altra esistenza. La gente è sempre tanta, però fa le code in pieno giorno a Quarto Oggiaro per comprarsi la dose quotidiana di cocaina. La ‘Ndrangheta ha il monopolio assoluto e nel vecchio e malfamato quartiere del capoluogo ha soltanto le radici di un albero che si fa sempre più potente e maestoso e con i propri rami impone la propria ombra su tutta la provincia, ed oltre.
La neve non è solo un problema meteorologico, è un problema sociale. Con oltre 20mila cocainomani Milano rifornisce le casse della mafia fruttando milioni. Milioni che poi reinveste aggiudicandosi i migliori appalti e controllando completamente il mercato dell’edilizia. Barbaro-Papalia la cosca che controlla interi paesi come Corsico, Assago e Buccinasco. Ti sposti più a nord e la famiglia Condello si spartisce il territorio insieme ai Novella nel gestire le zone che vedranno ospite l’Expo2015. Non bastasse, i Coco-Trovato hanno consolidato la loro egemonia in nella nuova provincia di Monza e Brianza.

Stupefacenti, prostituzione e racket portano soldi, a volte anche troppi. Ed ecco che la mafia è costretta a ripulire il denaro sporco. Le intimidazioni e le estorsioni ai danni di imprenditori sembrano quasi storia antica. Oggi, a Milano, sono gli imprenditori a sfruttare la mafia per fare ancora più soldi. Rimane solo da trovare qualche perito di Tribunale compiacente, un amministratore comunale che chiude un occhio, qualche addetto al rilascio pratiche edilizie ed ecco che il piano è servito: riciclaggio, arricchimento e controllo del territorio assicurati.

Almeno una cosa è certa: a Milano non ci si ammazza, si va d’accordo. Il business prima di tutto è la parola d’ordine fra i boss. E allora si organizzano grandi cene dove Cosa Nostra, Camorra ed ‘Ndrangheta stringono sempre più alleanze per non pestarsi i piedi a vicenda. Poi magari capita che nello stesso periodo ci siano le elezioni, ed allora a cena perché non invitare qualche politico? Magari capita che ad organizzarla sia Salvatore Morabito, e che questa sia in onore di Alessandro Colucci, e che lo stesso Colucci divenga Consigliere Regionale; oppure che Giovanni Cinque, esponente degli Arena, si trovi in qualche modo a contatto Vincenzo Giudice, che casualmente è sia Consigliere Comunale che Presidente di una società partecipata dal capoluogo lombardo.
Ma a Milano, appunto, almeno non si ammazza. Non si ammazza finchè non riesci a ricollegare proprio quel corpo a quell’esatto avvenimento, risalendo a quella data causa per cui Giovanni Di Muro, ucciso in pieno centro in zona San Siro, muore ed era casualmente legato al boss Pepè Onorato.

Tutto questo, purtroppo, non è frutto di una doppia faccia. Milano di faccia ne ha una sola: quella buona che nasconde quella cattiva.

Massimo Brugnone

“La ‘ndrangheta nel Nord? Una pianta rigogliosa”

Fonte: www.varesenews.it

Massimo Brugnone, coordinatore lombardo di Ammazzateci Tutti, movimento anti-’ndrangheta sorto su iniziativa spontanea dei giovani a Locri, espone alcune riflessioni sul grado di infiltrazione delle cosche tra Varese, Milano e Como. “Si può parlare solo di infiltrazioni?”

Massimo Brugnone (nella foto in basso), coordinatore lombardo dell’associazione Ammazzateci Tutti,  interviene dopo i recenti arresti per ‘ndrangheta che hanno permesso di smantellare una vera e propria “Locale” tra Lonate Pozzolo e Legnano. Lo fa tramite il blog dell’associazione, tutti i giorni, tenendo un vero e proprio diario degli episodi riconducibili alle organizzazioni malavitose di stampo mafioso. Ultimamente ha avuto molto da scrivere:

«In questi ultimi giorni mi sono limitato a riportare notizie senza voler esprimere giudizi su ciò che sta accadendo nelle nostre città, su ciò che invero da molto tempo accade nelle nostre città, ma, purtroppo, solo ora i tanti segnali di allarme gridati a gran voce sembrano arrivare alle orecchie dei più. All’alba del 23 aprile sono scattate le manette ai polsi di 39 persone, delle quali 30 residenti fra le province ci Milano e Varese e dei quali 11 arrestati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Numeri, questi, che di solito fanno gioire procure come Palermo, Reggio Calabria o Napoli per l’intenso lavoro che, insieme alle forze dell’ordine, ha permesso di sgominare bande di criminali che fanno capo alla malavita organizzata: la mafia. Non basta».
Il diario è impietoso e fotografa una situazione che racconta qualcosa di più di un’infiltrazione in particolare della ‘Ndrangheta: «Il 24 mattina vengono arrestate altre due persone, Maurizio Saverio La Rosa e Maurizio Trubia, accusati di associazione mafiosa e di aver imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano per conto del clan degliEmanuello, quello stesso clan che insieme ai Rinzivillo venne accusato a Busto Arsizio nel dicembre del 2006 di essere il cervello criminale per il riciclaggio del denaro sporco proveniente dai traffici illeciti della famiglia».
I segnali non mancano e il diario si arricchisce di episodi inquietanti che vanno oltre gli arresti. Brugnone legge nelle cronache il clima intimidatorio che si è instaurato nella zona: «Sempre a Busto Arsizio, in periferia, e sempre in questa lunga settimana, nella notte fra il 20 e il 21viene dato fuoco a due escavatrici appartenenti all’impresa edile Orceana” di Orzinuovi (Bs) e che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto chiudere un piano integrato per la costruzione di alcune palazzine in zona San Michele, pieno centro città. Nessuna prova di appartenenza alla criminalità organizzata della mano che ha compiuto l’atto, certo è che il modus operandi e i successivi fatti di cronaca molto fanno pensare. Se fossimo in un paese di quell’isola lontana che è la Sicilia nessuno si scandalizzerebbe; se fossimo fra le montagne dell’Aspromonte calabrese ci sarebbe solo da aspettarselo; se fossimo in qualsiasi posto in provincia di Napoli, forse, ci preoccuperemmo di non sentire tali notizie almeno una volta alla settimana. Eppure non siamo in nessuna delle “solite” regioni del sud, non ci troviamo nemmeno nella meno citata Puglia, ma ci troviamo in Lombardia, la regione che vanta il quarto posto per beni confiscati alla mafia».
La lunga lista di Brugnone non dimentica nessuno e per chi ha la memoria corta ecco altri episodi, sangue che scorre attorno a Legnano: «Forse però questi dati non bastano, perchè forse la gente fra qualche giorno si scorderà di quel boss mafioso arrestato di fianco a casa propria, proprio come già sembra che ci siamo scordati di Carmelo Novella ucciso l’estate scorsa a San Vittore Olona, e come già ci siamo scordati che un paio di mesi dopo venne ritrovato il corpo inerme di Cataldo Aloisio, genero di un altro boss dell’Ndrangheta. Pare ci sia scordati di un certo Salvatore Morabito, “facchino” della Sogemi, società municipalizzata di Milano, che entrava tranquillamente con una Ferrari nell’ortomercato del capoluogo lombardo. Stesso Salvatore Morabito che partecipa ad una cena elettorale in onore di Alessandro Colucci, consigliere regionale, indicato come “amico in Regione” nelle intercettazioni telefoniche fra gli uomini del clan».
Senza dimenticare l’indagine Expo, bruciata dalle rivelazioni fatte alla stampa da fonti segrete: «Dobbiamo esserci dimenticati anche di Vincenzo Giudice, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società mista partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Stesso Giovanni Cinque che si assume il merito dell’elezione di Massimiliano Carioni, assessore a Somma Lombardo, e che partecipa ad altre cene elettorali con Paolo Galli, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. Sono molti i nomi e sono molti i fatti: tanti, troppi, e dovrei continuare, ma non è la cronaca di una regione ormai chiaramente invasa dalla criminalità organizzata che voglio fare. A breve ci saranno nuove elezioni comunali: io auspico non si debba arrivare ad una faida di San Luca trasportata al Nord per far capire che il pericolo di infiltrazioni mafiose non è più imminente, ma è tanto attuale quanto, ormai, storia passata. Le sue radici le mafia le ha già piantate e l’albero sta crescendo sempre di più in una connivenza fra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, mafie straniere e criminalità locale».

Per finire Brugnone si rivolge ai cittadini che qui sanno e ancora per poco potranno dire “no” ad un sistema di potere che si sta sviluppando come un cancro: «Dobbiamo metterci bene in testa che non possiamo più guardare con occhio distaccato questo problema e che non possiamo delegare alle sole forze dell’ordine il compito di risolverlo. Dobbiamo, noi cittadini, essere parte attiva in questa lotta e non farci persuadere da quel senso si omertà che, insieme alla mafia, va sempre più dilagando nelle nostre città. Dobbiamo essere consci che del fatto che il nostro silenzio e la nostra indifferenza non fa che aumentare lo strapotere di quella piovra che già ci ha avvolto e continua piano piano sempre più a stritolarci. Oggi dobbiamo prendere in mano le redini del nostro presente per salvaguardare il nostro futuro ed, insieme alla magistratura, la politica, le forze dell’ordine, essere quella società civile che non ha paura di ribellarsi e non si piega al soggettamento di quell’orribile parola che è la mafia».

28/04/2009
Orlando Mastrillo

Contro mafia e ‘ndrangheta, la buona battaglia di suor Carolina

Fonte: www.varesenews.it

Importante testimonianza della religiosa, che fu collaboratrice di don Pino Puglisi a Brancaccio e oggi affronta le ‘ndrine della Locride aiutando i giovani

La mafia si combatte con l’amore, con la forza, con l’esempio e con il coraggio. Questo il messaggio diffuso da Suor Carolina Iavazzo nell’incontro pubblico tenutosi lunedì sera al cinema teatro Lux di Sacconago, in una splendida cornice di pubblico. Accanto alla religiosa, collaboratrice di Padre Pino Puglisi, martire della lotta alla mafia, sul palco il ventenne Massimo Brugnone, Coordinatore Regionale del movimento “E adesso ammazzateci tutti” e socio fondatore dell’associazione Liberi di Pensare; gli ospiti erano introdotti da don Alessandro Riboldi, coadiutore della parrocchia SS. Pietro e Paolo di Sacconago. Moderava l’incontro Alessandro Bellotta.

Una serata straordinaria, quella del Lux, con un’ospite d’eccezione come suor Carolina (foto), davanti a giovani tra i 14 e i 16 anni che con l’oratorio di Sacconago hanno vissuto quest’estate un’esperienza breve ma importante e formativa nella Locride, incontrando i giovani del posto con suor Carolina e Stefania Grasso, figlia del commerciante Vincenzo ucciso dalla ‘ndrangheta per non aver voluto pagare il pizzo. Un’occasione per conoscere una realtà difficile e molto diversa da quella bustocca – pure a sua volta non estranea al fenomeno mafioso. A ricordarlo è Massimo Brugnone, autore di un intervento molto apprezzato, con il piglio di chi ha le idee chiare sul futuro perchè “grande” lo è già. La mafia è anche qui, ricorda, lo dicono i rapporti della DIA del 2006 e 2007: «Anche a Busto si paga il pizzo, sia pure una tantum, e la provincia di Varese è terreno fertile per i fenomeni estorsivi». Intanto, rincara Massimo, nella quarta regione italiana per sequestri di beni alla mafia, la nostra Lombardia, «i figli dei boss studiano economia e legge per infilitrare la finanza e le aule di tribunale, e la mafia ricicla i soldi e nasconde i latitanti. Busto Arsizio è nota in Sicilia come “Gela Due”». Che fare? Educare i giovani alla legalità e preservare la presenza dello Stato, a partire dalle cose più piccole. Non chiudersi nel proprio piccolo ma agire per cambiare le cose: «noi giovani dobbiamo studiare per arrivare a occupare i posti di responsabilità, prima che ci arrivino i figli dei boss».

Memorabile l’intervento di suor Carolina, da lacrime agli occhi per sincerità, semplicità e intensità.«Sono nata dove c’è la camorra (ad Aversa, ndr), sono stata poi a casa della mafia (Brancaccio) e della ‘ndrangheta (San Luca, Locri), mi manca solo la Sacra Corona Unita» ironizza narrando la storia di una ragazza “ribelle” che trovò pace alla sua inquietudine nella vocazione. Dal 1991, con il passaggio a Brancaccio e l’incontro con don Pino Puglisi, la scintilla dell’impegno antimafia, che non si esplica in proclami, bensì in un diuturno lavoro “sul campo” fra i giovani, faticoso ma ricco di soddisfazioni.

«A Brancaccio la mafia era nell’aria, la gente la vedevi che si chiudeva dietro le imposte, come nei film». Nel contesto di questo quartiere dominio assoluto dei boss di Cosa Nostra don Pino Puglisi portò una irreversibile ventata di novità. «Era un sacerdote aperto» ricorda suor Carolina, «per lui l’altare fu non uno scudo, ma strumento per aprirsi ai poveri e agli ignoranti, gli sfruttati dalla mafia». Fatti come il cadavere di un anziano rimasto tre giorni senza nessuno a portarlo via, o una coppia di novelli sposi quasi trentenni ed entrambi analfabeti (!), fecero riflettere don Pino sulle chiavi del potere mafioso: miseria e ignoranza. Nelle cantine di un palazzone di otto piani c’era l’inferno. I boss ci avevano ricavato dei depositi di armi e droga (e ragazzini mai visti a scuola ne erano i corrieri), i ragazzi vi si divertivano a squartare i cani sconfitti nei combattimenti clandestini «per vedere com’erano fatti dentro», e le più turpi e sordide voglie nei confronti dei minori venivano soddisfatte con la violenza. A tanto orrore don Pino Puglisi rispose creando un centro per i giovani, accogliendo, educando, dando l’istruzione di base agli analfabeti, accompagnando i bambini a scuola. Tutte cose, che, diceva, venivano prima dei sacramenti, perchè solo dopo che ognuno avesse realizzato chi era, e chi era il proprio fratello, si sarebbe stati pronti per incontrare Cristo. Una crociata di liberazione, senza altra arma che il Vangelo.

Don Pino sopportò le offese e le minacce dei boss a lui rivolte. Non sopportò quelle contro i suoi collaboratori ed amici. Denunciò con veemenza, a Messa, chiamò «bestie» e «uomini senza coraggio» i capimafia, ma al tempo stesso li sfidò al dialogo, «perchè è facile nascondersi dietro una pistola invece di guardarsi negli occhi e parlare». Suor Carolina gli chiese se non temesse di esporsi troppo. «Cosa potranno mai farmi, più che uccidermi?» rispose il sacerdote. Il 15 settembre 1993, nella sua Brancaccio, dove era nato esattamente 56 anni prima, ricevette la corona del martirio perdonando cristianamente i suoi assassini.
«Padre Puglisi morì, ma non invano, tanti mafiosi sono morti come lui, ma è la vita, non la morte, che fa la differenza. Ci sono tre strade, e la peggiore, forse peggio ancora di quella del male, è quella grigia dell’indifferenza» ricorda suor Carolina, che poco dopo l’uccisione di don Pino Puglisi dovette lasciare Brancaccio ed andò a sistemarsi a San Luca, paese aspromontano famigerato per le faide di‘ndrangheta: dalla padella alla brace. «Bisogna schierarsi dalla parte del bene, non farsi gli affari propri in pantofole, mentre il mondo muore della nostra indifferenza. Padre Puglisi morì per mostrarci la via della libertà: perchè solo chi è libero può fare del bene».

Nella Locride ostaggio delle ‘ndrine, l’allora vescovo monsignor Bregantini mise suor Carolina e le consorelle della Fraternità del Buon Samaritano, da lui fondata, a confronto con problemi del medesimo ordine di Brancaccio. «Le ferite possono diventare feritoie della grazie» sostiene monsignor Bregantini, ma la strada da percorrere è lunga in una terra segnata dall’arbitrio e dal sopruso, dove «lo strapotere mafioso», ricorda suor Carolina «si legge negli occhi della gente». Fin dai bambini prepotenti con i coetanei, fin dai ragazzini delle medie (in una scuola l’80% ha il padre carcerato o latitante) di cui suor Carolina accetta la sfida quotidiana, fatta di sgarbi e offese che col tempo, di fronte al coraggio – «non si può avere paura, mai mostrarsi deboli» – alla fermezza e all’amore, si stemperano. Storie di piccoli e grandi successi al Centro dedicato a don Pino Puglisi, nato su beni sottratti alla ‘ndrangheta, dove ragazzi destinati ad un futuro di violenza scoprono che un’altra vita, un’altra relazione con i propri simili è possibile. Non mancano i rischi: «dei pezzi grossi locali volevano finanziare il nostro centro – in cambio di voti, s’intende. Abbiamo detto di no». Il centro accoglie tutti, buoni e meno buoni, «senza giudicare, riconoscendosi fratelli e figli di Dio, senza sentirsi migliori di altri», dando con rigore e affetto regole a giovani altrimenti capaci solo di perpetuare l’eterna catena della sopraffazione. «Anche i mafiosi hanno bisogno di un sorriso (viene in mente quello mite rivolto da don Pino ai suoi assassini, ndr), sono come animali feriti, che aggrediscono per non essere aggrediti. Insegnamo che la vita può essere fiducia nell’altro e in sè, che l’abito firmato potrà anche sembrare un must, ma la firma più in è quella di Dio, che quello che si accumula su questa terra si perde, ma i tesori accumulati nel cuore restano».

29/01/2008
Stefano D’Adamo stefano.dadamo@varesenews.it

Un nuovo movimento per la legalità anche a Varese

Fonte: www.varesenews.it

“Ammazzateci tutti” e “Liberi di Pensare” annunciano la creazione di un movimento per la legalità tramite assemblee e dibattiti

La mafia esiste anche in Lombardia. E’ ben vestita, profuma di soldi e non si sporca le mani con omicidi e minacce. Questo il concetto portato avanti dal movimento “Ammazzateci tutti”, nato dai ragazzi di Locri a seguito dell’omicidio Fortugno e rapidamente espansosi in tutta Italia, e dall’associazione “Liberi di pensare”. In un bell’incontro avvenuto l’8 ottobre scorso, a Busto Arsizio, queste due realtà hanno dato vita al movimento lombardo con la presenza del procuratore capo Giancarlo Caselli, Peter Gomez, Elio Veltri, Rosanna Scopelliti, Aldo Pecora, Sonia e Chicco Alfano. Ora i ragazzi del movimento lombardo stanno portando avanti il loro progetto di costituire i distretti provinciali con il leader del movimento Aldo Pecora, coordinati da Massimo Brugnone portavoce regionale.L’obiettivo è quello di entrare nelle scuole e tra le associazioni che si battono per la legalità: questo il canale scelto da questo nuovo movimento anti-mafia che ha il compito di radicarsi in tutta la società italiana da nord a sud senza distinzione di regione.
L’appello del movimento lombardo è, dunque, rivolto alle scuole superiori, ai circoli e alle associazioni che sono interessate a queste tematiche per organizzare incontri con personaggi di alto rilievo istituzionale che hanno vissuto o vivono da vicino la guerra tra la civiltà e tutte le mafie. In provincia di Varese il movimento è coordinato da Agostino Nicolò che invita chiunque sia interessato ad organizare un dibattito a scrivere all’indirizzo mail agostino.nicolo@gmail.com.
26/10/2007
Orlando Mastrillo redazione@varesenews.it

I ragazzi di Ammazzateci Tutti solidali con Forleo e De Magistris

Fonte: www.varesenews.it

Un pugno di giovani della sezione lombarda di AT ha portato la propria solidarietà ai due magistrati, oggetto di pressioni politiche e minacce

Un pugno di ragazzi davanti al tribunale di Milano, uno striscione: “Con la Forleo… e adesso ammazzateci tutti”. E sotto “De Magistris e Forleo – coordinamento Lombardia”. I due magistrati che con le loro indagini e le loro pubbliche denunce (anche in televisione, da Santoro) hanno messo a nudo gli intrecci fra i palazzi della politica e il mondo finanziario ed economico hanno ricevuto la solidarietà del coordinamento lombardo di Ammazzateci Tutti. Dalle 10,30 alle 12,30 circa cinque-sei ragazzi sono rimasti fuori dal tribunale milanese in cui opera Clementina Forleo, colloquiando con i giornalisti. 
Fra i presenti il presidente della neonata branca lombarda dei Ammazzateci Tutti, Massimo Brugnone, che dichiara: «Ci proponiamo di fare da scorta a questi magistrati, visto che lo Stato non ne vuole sapere di assegnargliela. Vogliamo star loro vicini ora che sono minacciati, non rimpiangere dopo di non averlo fatto. Abbiamo organizzato questa manifestazione dal tramonto all’alba, in una nottata: questo era il momento, dopo le notizie sulle buste con proiettili recapitate ai due magistrati».
18/10/2007

La mafia vissuta sulla propria pelle: parlano i testimoni

Fonte: www.varesenews.it

Rosanna Scopelliti e Sonia Alfano, figlie di uomini uccisi dalla malavita organizzata, e Aldo Pecora, giovane leader di “e adesso ammazzateci tutti”, conquistano il pubblico del Sociale

Coloro che ieri sera al teatro Sociale hanno incrociato anche solo per un momento gli occhi di Sonia Alfano o di Rosanna Scopelliti mentre raccontavano la loro esperienza di vittime di mafia, non possono non aver sentito crescere dentro di sé un sentimento di profonda commozione e inquietudine.
Il dibattito, moderato dal giornalista e autore televisivo Gilberto Squizzato, si è aperto proprio con queste due testimonianze.

A intervenire per prima è Sonia Alfano che riporta il pubblico indietro nel tempo, fino al gennaio del ’93 quando vide il corpo di suo padre Beppe, giornalista “scomodo”, giacere a terra colpito a morte da tre colpi di pistola: «superare quel momento non è stato facile», racconta Sonia, «ma la forza con la quale ci sono riuscita è la stessa che uso ogni giorno per chiedere giustizia». Una forza che le permette di continuare a lottare, per noi tutti e per la sua terra siciliana, nonostante lo Stato le abbia revocato la scorta per motivi di tagli alle spese.

Rosanna Scopelliti è invece figlia di Antonio Scopelliti, magistrato ucciso il 9 agosto del ’91. La sua è la testimonianza di una ragazza consapevole del fatto che suo padre è stato ucciso due volte: «una prima volta dalla mafia e una seconda dallo Stato che lo ha abbandonato nel momento in cui più aveva bisogno». Rosanna racconta però un fenomeno che sta vivendo in questo momento in prima persona: «in Calabria c’è stato uno scatto d’orgoglio, un orgoglio di cui mio padre mi aveva molto parlato ma sul quale non riponevo più alcuna speranza. Invece c’è stato ed è partito dai giovani, quegli stessi giovani che oggi hanno portato la Calabria a difendere un magistrato come Luigi De Magistris». Rosanna coglie l’occasione anche per far capire una volta per tutte che «La mafia di cui bisogna avere più paura non è quella che fa le stragi a Duisburg, ma quella che si insinua nelle istituzioni e nelle teste della gente, quella che in Lombardia (quarta regione per beni confiscati alla mafia) investe e ricicla i suoi soldi».

Un piccolo momento di disgelo arriva con l’intervento di Aldo Pecora, il ventunenne portavoce nazionale dell’associazione antimafia “e adesso ammazzateci tutti” nata in Calabria in seguito all’assassinio di Franco Fortugno, quando alla domanda del perché continui a fare quello che fa con la sua associazione risponde: «sono interista». Una metafora senza bisogno di troppe spiegazioni per dire che Aldo continua a credere e sperare nella Calabria e nel suo orgoglio, che un giorno la aiuteranno a sconfiggere il male che si porta dentro. Pecora, insieme a denunce precise con nomi e cognomi, lancia un ulteriore grido di dolore, questa volta rivolto alla politica e ai mass media: «è brutto», dice, «vedere come oggi tutto quello che facciamo sia tacciato come antipolitica, io credo che la vera politica sia quella che facciamo noi, contro una malapolitica fatta nei palazzi del potere sempre più spesso legati alle associazioni criminose».

Anche le parole di Massimo Brugnone, giovane socio dell’associazione Liberi di Pensare che ha organizzato la serata e coordinatore per la regione Lombardia di “adesso ammazzateci tutti”, fanno sperare che anche qui le cose stiano cambiando, che finalmente anche in Lombardia si incominci a capire che la mafia non è un fenomeno solo del Sud e che non ci riguarda. La mafia è presente anche al nord, non si vede, non si sente ma è qui che investe i soldi per continuare la sua attività.
9/10/2007
Tomaso Bassani redazione@varesenews.it

«Noi ragazzi possiamo combattere la mafia. Iniziamo da internet»

Fonte: www.varesenews.it

Gli studenti del liceo Tosi riuniti in assemblea hanno discusso di mafia e illegalità. Ospiti, il vicequestore Blandini, Aldo Pecora e Pino Martinez

«La mafia non è una questione solo di “noi terroni” ma riguarda anche voi lombardi. Noi ragazzi abbiamo la possibilità di fermarla: non tiriamoci indietro» Con questo appello Aldo Pecora, giovane calabrese fondatore del movimento Ammazzatecitutti sorto all’indomani dell’omicidio Fortugno, ha invitato i ragazzi del liceo scientifico Tosi di Busto a mobilitarsi per arginare quel parastato che è potuto fiorire in Italia grazie alla connivenza del piano politico e all’omertà dei cittadini.

L’occasione è stata l’assemblea studentesca indetta da Massimo Brugnone e dedicata alla lotta alla mafia e alle sue vittime, da Falcone a Borsellino a Puglisi: « Ho voluto organizzare questo incontro sia perchè è un problema che sento, date le mie origini siciliane, sia perchè comunque anche qui non viviamo avulsi da queste dinamiche. Io, per esempio, mi domando come mai, nonostante le forze dell’ordine sappiano perfettamente chi sia e dove si incontri la delinquenza, non riesce a debellare questo fenomeno criminoso. Noi viviamo in un ambiente sicuro e ci sentiamo protetti, ma rimangono sacche d’ombra inquietanti…».

Ospiti dei ragazzi del Tosi, oltre Aldo Pecora, c’erano il presidente del comitato intercondominiale Brancaccio Pino Martinez, che sta portando avanti l’operato di Don Pino Puglisi, e il sostituto commissario responsabile dell’anticrimine di Busto Alberto Blandini: «Che la mafia sia presente anche nelle nostre zone è confermato. La presenza di Malpensa ha reso Busto crocevia di numerosi traffici. In città, inoltre, c’è una comunità di gelesi: si tratta di circa 20-30.000 persone tra cui ci sono anche parenti della mafia siciliana.  Nonostante le ridottissime dimensioni del nostro ufficio, in dieci anni siamo riusciti a portare avanti tre operazioni importanti in cui sono finiti numerosi mafiosi. L’ultima risale a qualche mese fa e ed era incentrata sul racket nei cantieri edili».

Come facciamo noi ragazzi a fermare la mafia? Chiede ad Aldo Pecora una ragazza del pubblico:« Iniziamo ad essere consepevoli che abbiamo dei diritti e che non ci occorrono  “favori”. Una prestazione sanitaria, un documento, una condotta fognaria sono nostri diritti e non dobbiamo elemosinarli da chi domani ci chiederà il conto. Cominciamo a sgretorale la cultura della raccomandazione. Abbiamo, inoltre, un’arma potentissima: internet. Non la sciupiano inserendo le bravate o le vigliaccate. Possiamo utilizzare la rete per diffondere il nostro pensiero, i valori in cui crediamo, la legalità che vogliamo a garanzia della nostra dignità. Oggi non ci sono più mafiosi con la coppola e la lupara. I giovani mafiosi si sono preparati alla Bocconi, specializzandosi ad Harvard. Sanno gestire internet movimentando capitali e stringendo accordi pericolosi. Se non riusciamo a scalfire questo parastato, domani gli uomini della mafia organizzata gestiranno piazza Affari, la magistratura, la politica. Il futuro dipende da noi. Non assistiamo indifferenti. Non facciamo come chi ci ha preceduto condannando a morte gli eroi della nostra era: Falcone , Borsellino, Padre Puglisi, Scopelliti».

2/04/2007

Alessandra Toni alessandra.toni@varesenews.it