“Portiamo i giovani lonatesi al processo per svegliare le coscienze”

Fonte: www.varesenews.it

La proposta del coordinatore lombardo dell’associazione Ammazzateci Tutti Massimo Brugnone a margine della seconda udienza del processo contro la ‘ndrangheta di Lonate. Abati: «I magistrati non abbiano paura a scoprire i livelli superiori»

«Portare i giovani lonatesi in aula, mostrargli cos’è la mafia e far scattare l’indignazione di chi dovrebbe avere un senso di giustizia ancora tanto forte da poter contagiare anche chi non parla». Al processo ai presunti membri della locale di ndrangheta Lonate Pozzolo-Legnano era presente anche Massimo Brugnone (al centro nella foto), coordinatore lombardo dell’associazione “Adesso ammazzateci tutti”, nata a Locri dopo l’uccisione del consigliere regionale calabrese Francesco Fortugno davanti ad un seggio delle primarie del Partito Democratico il 16 ottobre 2005. Brugnone lancia la sua proposta e fa sapere che si sta attivando per metterla in pratica: «Dobbiamo far muovere qualcosa – commenta a margine della seconda udienza del processo ai presunti componenti della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo – questa è un’occasione quasi storica per questo territorio e noi non possiamo farcela scappare. Vogliamo puntare sui giovani perchè funzionino come una leva che sollevi dalla schiacciante paura che li sovrasta gli operai delle imprese edili, i commercianti e gli imprenditori che non hanno parlato».

Convenienza come forma particolare di giustizia

La legge è sempre una norma universale, mentre di alcuni casi singoli non è possibile trattare correttamente; la legge prende in considerazione ciò che si verifica nella magioranza dei casi, pur non ignorando l’errore dell’approssimazione. E non di meno è corretta: l’errore non sta nella legge né nel legislatore, ma nella natura della cosa, giacché la materia delle azioni ha proprio questa intrinseca caratteristica. Quando, dunque, la legge parla in universale, allora è legittimo, laddove il legislatore ha trascurato qualcosa e non ha colto nel segno, per avere parlato in generale, correggere l’omissione, e considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione (…). E sì questa la natura dell’equo: un correttivo della legge, laddove è difettosa a causa della sua universalità.

Aristotele, Eth. Nic., 1137 b

Effetto La Russa? “Digiamolo, anzi digetevelo!”

E’ strano come le sensazioni portino l’animo umano a sopraffare l’intelletto e far diventare certezze quelle che sono dicerie, maldicenze, mezze verità, ma non per questo, comunque, bugie. Mi spiego. La riflessione nasce da una minidiscussione su Facebook: i militari sono veri lavoratori con senso della patria, servitori dello Stato; alle forze dell’ordine la divisa fa comodo solo quando devono fare i propri interessi. Questa la tesi che cervavo di smontare.

Come sempre, la verità assoluta non esiste e le affermazioni vanno calate in diversi contesti nel quale si interfacciano sempre interessi, aspirazioni, esperienze personali e chi più ne ha più ne metta. Bisogna partire di sicuro da un dato di fatto, esiste oggi una generale e diffusa sfiducia nelle forze dell’ordine. A partire dalla Polizia Municipale, per passare alla Polizia di Stato, Carabinieri e Finanza. Chi indossa tali divise viene per lo più visto come il “nemico” che ci fa la multa, ci perquisisce la macchina, ci controlla il locale… insomma: le forze dell’ordine si intrufolano nella nostra vita privata senza che noi facciamo del male a nessuno! Per non parlare di come abusano della loro divisa. Perchè la polizia può parcheggiare in doppia fila e io no? E figurati se un finanziere paga mai il caffè quando va al bar… Luoghi comuni che forse sono per alcuni singoli agenti veritieri, ma che, per lo più, sono stereotipi che circolano talmente tanto nella collettività da diventare vere e proprie certezze nella testa di ognuno di noi, tanto da rifiutare l’idea di chi prova a parlarci di Uomini che servono fedelmente la propria divisa per l’interesse di tutta la società. Si perchè insomma, gli esempi vengono facili e a volontà: da chi andiamo se ci rubano la macchina nella speranza di ritrovarla? Forse dalla polizia? Chi è che svolge sul campo le indagini quando vi è un furto, una rapina, un omicidio? Forse i carabinieri? Chi è che constantemente cerca di intralciare il traffico di stupefacenti, di persequire quei reati silenziosi da colletti bianchi che incidono sull’economia dell’Italia? Forse i finanzieri?

Dall’altro lato c’è l’Esercito Italiano. Dal “comunista-anarchico-insurrezionalista” non sono proprio visti bene questi uomini in divisa che pattugliano le strade delle grandi città con il mitra in mano. Ne ho visti doversi subire di quegli insulti… C’è una grossa fetta della popolazione che invece li guarda come degli idoli, coloro che davvero rischiano la vita ogni giorno per servire il proprio Paese. Coloro che sventano gli attentati terroristici, che stanno sul fronte di guerra: dei veri Uomini! E qui già mi sorge la prima riflessione: ma è il pericolo a cui ci si espone che fa di un uomo il servitore dello Stato, o è il motivo che spinge quell’uomo a fare il suo lavoro, la passione che vi mette, e l’utilità diretta ed indiretta che ne deriva alla società intera di questo lavoro? Non serve forse lo Stato il giornalista che con la sua penna cerca di rivelare verità che il lettore non conoscerebbe mai? Non serve lo Stato il magistrato che chiuso nel suo ufficio, cerca di portare giustizia laddove questa è tolta al cittadino? Non serve lo Stato il netturbino che la mattina quando noi dormiamo passa a prendere la nostra spazzatura? E così ad andar avanti per insegnanti, funzionari pubblici, baristi.. ogni mestiere che da qualcosa alla società può esser visto come un servizio a questa.

Non voglio illudermi. Molti, e dico molti, iniziano un lavoro più perchè gli permette giust’appunto la conquista di quella sicurezza di reddito a tempo indeterminato. Ma molti non coincide mai con tutti e soprattutto non coincide per forza con la maggior parte. Sono il primo ad aver avuto dei “dissapori” con le forze dell’ordine, ma quando mi irritava il comportamento dell’uomo che indossava quella divisa, quello che vedevo di negativo era la persona, non tutto ciò che essa indegnamente rappresentava. Un singolo poliziotto che abusa del proprio potere non può e non deve indurci ad odiare l’intera categoria. Per quante esperienze negative noi possiamo avere con chi è rappresentante di un mestiere, non possiamo cadere nel tranello di offendere la nostra stessa intelligenza e racchiudere tutti quanti nel comportanto dell’uno.

Non è un elogio alle forze dell’ordine il mio. Non è un preferire una categoria rispetto ad un’altra. E’ solo credere di pensare di dare rispetto a chi se lo merita e negarlo a chi no, indifferentemente dalla divisa che indossa, ma per la passione che mette in quello che fa.

IL SILENZIO RUMOROSO DELLA MAFIA ITALIANA – Intervista al procuratore Alberto Nobili

Fonte: www.vulcanostatale.blogspot.com

Alberto Nobili, Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, ha lavorato a lungo, fin dalla sua costituzione nel 1992, presso la Direzione Distrettuale Antimafia (D.D.A). Vulcano lo ha incontrato per approfondire insieme a lui il problema del difficile contrasto alla mafia e alla criminalità organizzata.

Qual è il campo d’azione specifico della D.D.A.?

La materia di cui si occupa la D.D.A
è prevista dal Codice di Procedura Penale, che stabilisce per quali reati c’è la competenza esclusiva della DDA. Associazione mafiosa, sequestri di persona, traffico nazionale e internazionale di stupefacenti -purché sia configurabile l’associazione per delinquere-, e tutta un’altra serie di reati. Di recente sono tornati in auge, sia col fenomeno dell’immigrazione clandestina sia soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, anche la riduzione in schiavitù, la tratta degli schiavi e delle bianche.

Ci sono differenze di modalità di indagine fra Nord e Sud?

Il contrasto alla mafia è un fenomeno nazionale, cambia forse la tipologia. Qui al Nord la mafia è più industriale, imprenditoriale. Traffica in droga, come tutte le mafie, ma in più ricicla gran parte dei proventi nell’industria, che al nord è più sviluppata. Quindi è richiesta una maggiore penetrazione nel circuito economico per andare a scoprire i gangli del riciclaggio. Ma non dimentichiamo che anche qui abbiamo le cosche presenti sul territorio, quindi una tipologia di indagine, in questo senso, assolutamente identica a quella che si svolge al Sud.

La D.D.A riesce a stare al passo con i mezzi sempre più sofisticati della mafia?

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Archeologi di sè stessi. I disagi di una facoltà

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Vi siete mai chiesti come mai non conoscete nemmeno uno studente che frequenta il corso di laurea in Archeologia? No, non siete degli asociali, semplicemente nell’anno accademico 2008/2009 sono solo venti gli studenti che hanno deciso di iscriversi a questo corso. Per fortuna quest’anno il numero è salito sopra i trenta: se questa soglia non fosse stato superata per due anni consecutivi, secondo una delibera della facoltà di Lettere e Filosofia, il corso di laurea sarebbe stato soppresso.

Ma come mai gli studenti decidono di andare altrove e  di non frequentare il corso a Milano, il più grande bacino di risorse umane del nord-ovest?

Per rispondere dobbiamo tornare indietro nel tempo: precisamente all’avvento della riforma universitaria del “3+2”. Prima, per divenire archeologo, si conseguiva la laurea in Lettere e Filosofia con una tesi in archeologia. Il nuovo sistema diede la possibilità di specializzare gli studi creando nuovi corsi di laurea. Ma mentre il resto d’Italia sceglieva di dotarsi di una facoltà “Scienze dei beni archeologici”, Milano decise di inserire questa disciplina tra le lauree specialistiche del dipartimento di “Scienze dei beni culturali”. La conseguenza fu l’obbligo per un aspirante archeologo di sostenere esami completamente estranei al proprio ambito di studi.

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RIAPRE A MILANO L’ANTICA FOCACCERIA

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“Oggi qui noi celebriamo un grande progetto culturale. Palermo esporta 175 anni di tradizione, ma sopratutto apre una porta: tutti quelli che attraverseranno questa porta verranno proiettati in una Palermo dinamica, che non si arrende, che pur nelle difficoltà getta il cuore oltre l’ostacolo. Questa porta avvicina nord e sud di una nazione che oggi ancora di più ha bisogno di nuovo di sentirsi nazione. In un’Italia che si frantuma, l’iniziativa dell’Antica Focacceria cambia il ritmo e il corso degli eventi”. Con queste parole Maurizio Carta, Assessore al Centro Storico di Palermo, battezza la nuova sede dell’Antica Focacceria S. Francesco di Palermo a Milano e che, a partire dal 15 Novembre, farà da apripista al progetto di espansione all’estero, che prevede la successiva apertura di filiali in Europa, America del Nord e del Sud, Medio ed Estremo Oriente.

Era il 18 settembre del 2007 quando, Vincenzo Conticello, in un’aula di Tribunale, ha riscattato quella parte sana di siciliani e dell’imprenditoria dell’isola: “E’ lui, l’uomo con le stampelle, quello che veniva nel mio locale a fare le richieste estorsive”. Con questa frase ed il suo coraggio il proprietario dell’Antica Focacceria è stato costretto a ritardare il suo progetto che oggi compie a Milano una delle sue tappe fondamentali e che prevede l’inserimento, non solo dell’ambito gastronomico, ma del così detto shop-in-shop: il punto Spirit of Sicily, organizzato all’interno della focacceria, vuole rappresentare una Sicilia alternativa alla cultura dell’illegalità. Per questo motivo si darà visibilità, innanzitutto, ai prodotti Pizzo Free, cioè provenienti da aziende che garantiscono di non pagare tangenti e dai terreni confiscati alla mafia. Vi sarà spazio per ospitare anche la produzione di camice su misura: il sarto Gregory, storico marchio siciliano, sarà presente nel capoluogo lombardo per prendere le misure a chi vuole una camicia o un abito realizzati a Catania. Sempre tenendo conto di un’esperienza tramandata da generazioni, all’interno dello shop è dedicata un’intera vetrina alle pipe fatte a mano dalla Morelli di Caltanissetta, unico produttore di pipe della Sicilia.

La faccia di Milano

I soliti turisti popolano piazza del Duomo la mattina. Una fila di studenti che si dirige verso l’università ed altra gente sparsa che cammina frettolosamente per raggiungere chi il posto di lavoro, chi la banca, chi la metro. E’ benestante Milano: corso Vittorio Emanuele è uno sfarzo unico con i suoi tavolini davanti ai quali sei passato mille volte e non ti sei mai fermato per la paura di chiedere anche solo un caffè in questi posti di lusso. E’ viva Milano: c’è sempre gente, ovunque. All’aperitivo le colonne di San Lorenzo sono piene di ragazzi che si incontrano per cacciare via i pensieri di una giornata intera fatta di preoccupazioni e troppe responsabilità. La sera i navigli uniscono e raccolgono la bella gente che vuole solo divertirsi e ridere in compagnia. E’ proprio bella Milano: questa Milano!

Ma Milano è troppo per fermarsi solo a questo, e allora ecco che è capace anche di superare sé stessa e senza mostrarsi vivere un’altra esistenza. La gente è sempre tanta, però fa le code in pieno giorno a Quarto Oggiaro per comprarsi la dose quotidiana di cocaina. La ‘Ndrangheta ha il monopolio assoluto e nel vecchio e malfamato quartiere del capoluogo ha soltanto le radici di un albero che si fa sempre più potente e maestoso e con i propri rami impone la propria ombra su tutta la provincia, ed oltre.
La neve non è solo un problema meteorologico, è un problema sociale. Con oltre 20mila cocainomani Milano rifornisce le casse della mafia fruttando milioni. Milioni che poi reinveste aggiudicandosi i migliori appalti e controllando completamente il mercato dell’edilizia. Barbaro-Papalia la cosca che controlla interi paesi come Corsico, Assago e Buccinasco. Ti sposti più a nord e la famiglia Condello si spartisce il territorio insieme ai Novella nel gestire le zone che vedranno ospite l’Expo2015. Non bastasse, i Coco-Trovato hanno consolidato la loro egemonia in nella nuova provincia di Monza e Brianza.

Stupefacenti, prostituzione e racket portano soldi, a volte anche troppi. Ed ecco che la mafia è costretta a ripulire il denaro sporco. Le intimidazioni e le estorsioni ai danni di imprenditori sembrano quasi storia antica. Oggi, a Milano, sono gli imprenditori a sfruttare la mafia per fare ancora più soldi. Rimane solo da trovare qualche perito di Tribunale compiacente, un amministratore comunale che chiude un occhio, qualche addetto al rilascio pratiche edilizie ed ecco che il piano è servito: riciclaggio, arricchimento e controllo del territorio assicurati.

Almeno una cosa è certa: a Milano non ci si ammazza, si va d’accordo. Il business prima di tutto è la parola d’ordine fra i boss. E allora si organizzano grandi cene dove Cosa Nostra, Camorra ed ‘Ndrangheta stringono sempre più alleanze per non pestarsi i piedi a vicenda. Poi magari capita che nello stesso periodo ci siano le elezioni, ed allora a cena perché non invitare qualche politico? Magari capita che ad organizzarla sia Salvatore Morabito, e che questa sia in onore di Alessandro Colucci, e che lo stesso Colucci divenga Consigliere Regionale; oppure che Giovanni Cinque, esponente degli Arena, si trovi in qualche modo a contatto Vincenzo Giudice, che casualmente è sia Consigliere Comunale che Presidente di una società partecipata dal capoluogo lombardo.
Ma a Milano, appunto, almeno non si ammazza. Non si ammazza finchè non riesci a ricollegare proprio quel corpo a quell’esatto avvenimento, risalendo a quella data causa per cui Giovanni Di Muro, ucciso in pieno centro in zona San Siro, muore ed era casualmente legato al boss Pepè Onorato.

Tutto questo, purtroppo, non è frutto di una doppia faccia. Milano di faccia ne ha una sola: quella buona che nasconde quella cattiva.

Massimo Brugnone

“La ‘ndrangheta nel Nord? Una pianta rigogliosa”

Fonte: www.varesenews.it

Massimo Brugnone, coordinatore lombardo di Ammazzateci Tutti, movimento anti-’ndrangheta sorto su iniziativa spontanea dei giovani a Locri, espone alcune riflessioni sul grado di infiltrazione delle cosche tra Varese, Milano e Como. “Si può parlare solo di infiltrazioni?”

Massimo Brugnone (nella foto in basso), coordinatore lombardo dell’associazione Ammazzateci Tutti,  interviene dopo i recenti arresti per ‘ndrangheta che hanno permesso di smantellare una vera e propria “Locale” tra Lonate Pozzolo e Legnano. Lo fa tramite il blog dell’associazione, tutti i giorni, tenendo un vero e proprio diario degli episodi riconducibili alle organizzazioni malavitose di stampo mafioso. Ultimamente ha avuto molto da scrivere:

«In questi ultimi giorni mi sono limitato a riportare notizie senza voler esprimere giudizi su ciò che sta accadendo nelle nostre città, su ciò che invero da molto tempo accade nelle nostre città, ma, purtroppo, solo ora i tanti segnali di allarme gridati a gran voce sembrano arrivare alle orecchie dei più. All’alba del 23 aprile sono scattate le manette ai polsi di 39 persone, delle quali 30 residenti fra le province ci Milano e Varese e dei quali 11 arrestati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Numeri, questi, che di solito fanno gioire procure come Palermo, Reggio Calabria o Napoli per l’intenso lavoro che, insieme alle forze dell’ordine, ha permesso di sgominare bande di criminali che fanno capo alla malavita organizzata: la mafia. Non basta».
Il diario è impietoso e fotografa una situazione che racconta qualcosa di più di un’infiltrazione in particolare della ‘Ndrangheta: «Il 24 mattina vengono arrestate altre due persone, Maurizio Saverio La Rosa e Maurizio Trubia, accusati di associazione mafiosa e di aver imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano per conto del clan degliEmanuello, quello stesso clan che insieme ai Rinzivillo venne accusato a Busto Arsizio nel dicembre del 2006 di essere il cervello criminale per il riciclaggio del denaro sporco proveniente dai traffici illeciti della famiglia».
I segnali non mancano e il diario si arricchisce di episodi inquietanti che vanno oltre gli arresti. Brugnone legge nelle cronache il clima intimidatorio che si è instaurato nella zona: «Sempre a Busto Arsizio, in periferia, e sempre in questa lunga settimana, nella notte fra il 20 e il 21viene dato fuoco a due escavatrici appartenenti all’impresa edile Orceana” di Orzinuovi (Bs) e che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto chiudere un piano integrato per la costruzione di alcune palazzine in zona San Michele, pieno centro città. Nessuna prova di appartenenza alla criminalità organizzata della mano che ha compiuto l’atto, certo è che il modus operandi e i successivi fatti di cronaca molto fanno pensare. Se fossimo in un paese di quell’isola lontana che è la Sicilia nessuno si scandalizzerebbe; se fossimo fra le montagne dell’Aspromonte calabrese ci sarebbe solo da aspettarselo; se fossimo in qualsiasi posto in provincia di Napoli, forse, ci preoccuperemmo di non sentire tali notizie almeno una volta alla settimana. Eppure non siamo in nessuna delle “solite” regioni del sud, non ci troviamo nemmeno nella meno citata Puglia, ma ci troviamo in Lombardia, la regione che vanta il quarto posto per beni confiscati alla mafia».
La lunga lista di Brugnone non dimentica nessuno e per chi ha la memoria corta ecco altri episodi, sangue che scorre attorno a Legnano: «Forse però questi dati non bastano, perchè forse la gente fra qualche giorno si scorderà di quel boss mafioso arrestato di fianco a casa propria, proprio come già sembra che ci siamo scordati di Carmelo Novella ucciso l’estate scorsa a San Vittore Olona, e come già ci siamo scordati che un paio di mesi dopo venne ritrovato il corpo inerme di Cataldo Aloisio, genero di un altro boss dell’Ndrangheta. Pare ci sia scordati di un certo Salvatore Morabito, “facchino” della Sogemi, società municipalizzata di Milano, che entrava tranquillamente con una Ferrari nell’ortomercato del capoluogo lombardo. Stesso Salvatore Morabito che partecipa ad una cena elettorale in onore di Alessandro Colucci, consigliere regionale, indicato come “amico in Regione” nelle intercettazioni telefoniche fra gli uomini del clan».
Senza dimenticare l’indagine Expo, bruciata dalle rivelazioni fatte alla stampa da fonti segrete: «Dobbiamo esserci dimenticati anche di Vincenzo Giudice, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società mista partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Stesso Giovanni Cinque che si assume il merito dell’elezione di Massimiliano Carioni, assessore a Somma Lombardo, e che partecipa ad altre cene elettorali con Paolo Galli, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. Sono molti i nomi e sono molti i fatti: tanti, troppi, e dovrei continuare, ma non è la cronaca di una regione ormai chiaramente invasa dalla criminalità organizzata che voglio fare. A breve ci saranno nuove elezioni comunali: io auspico non si debba arrivare ad una faida di San Luca trasportata al Nord per far capire che il pericolo di infiltrazioni mafiose non è più imminente, ma è tanto attuale quanto, ormai, storia passata. Le sue radici le mafia le ha già piantate e l’albero sta crescendo sempre di più in una connivenza fra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, mafie straniere e criminalità locale».

Per finire Brugnone si rivolge ai cittadini che qui sanno e ancora per poco potranno dire “no” ad un sistema di potere che si sta sviluppando come un cancro: «Dobbiamo metterci bene in testa che non possiamo più guardare con occhio distaccato questo problema e che non possiamo delegare alle sole forze dell’ordine il compito di risolverlo. Dobbiamo, noi cittadini, essere parte attiva in questa lotta e non farci persuadere da quel senso si omertà che, insieme alla mafia, va sempre più dilagando nelle nostre città. Dobbiamo essere consci che del fatto che il nostro silenzio e la nostra indifferenza non fa che aumentare lo strapotere di quella piovra che già ci ha avvolto e continua piano piano sempre più a stritolarci. Oggi dobbiamo prendere in mano le redini del nostro presente per salvaguardare il nostro futuro ed, insieme alla magistratura, la politica, le forze dell’ordine, essere quella società civile che non ha paura di ribellarsi e non si piega al soggettamento di quell’orribile parola che è la mafia».

28/04/2009
Orlando Mastrillo

Contro mafia e ‘ndrangheta, la buona battaglia di suor Carolina

Fonte: www.varesenews.it

Importante testimonianza della religiosa, che fu collaboratrice di don Pino Puglisi a Brancaccio e oggi affronta le ‘ndrine della Locride aiutando i giovani

La mafia si combatte con l’amore, con la forza, con l’esempio e con il coraggio. Questo il messaggio diffuso da Suor Carolina Iavazzo nell’incontro pubblico tenutosi lunedì sera al cinema teatro Lux di Sacconago, in una splendida cornice di pubblico. Accanto alla religiosa, collaboratrice di Padre Pino Puglisi, martire della lotta alla mafia, sul palco il ventenne Massimo Brugnone, Coordinatore Regionale del movimento “E adesso ammazzateci tutti” e socio fondatore dell’associazione Liberi di Pensare; gli ospiti erano introdotti da don Alessandro Riboldi, coadiutore della parrocchia SS. Pietro e Paolo di Sacconago. Moderava l’incontro Alessandro Bellotta.

Una serata straordinaria, quella del Lux, con un’ospite d’eccezione come suor Carolina (foto), davanti a giovani tra i 14 e i 16 anni che con l’oratorio di Sacconago hanno vissuto quest’estate un’esperienza breve ma importante e formativa nella Locride, incontrando i giovani del posto con suor Carolina e Stefania Grasso, figlia del commerciante Vincenzo ucciso dalla ‘ndrangheta per non aver voluto pagare il pizzo. Un’occasione per conoscere una realtà difficile e molto diversa da quella bustocca – pure a sua volta non estranea al fenomeno mafioso. A ricordarlo è Massimo Brugnone, autore di un intervento molto apprezzato, con il piglio di chi ha le idee chiare sul futuro perchè “grande” lo è già. La mafia è anche qui, ricorda, lo dicono i rapporti della DIA del 2006 e 2007: «Anche a Busto si paga il pizzo, sia pure una tantum, e la provincia di Varese è terreno fertile per i fenomeni estorsivi». Intanto, rincara Massimo, nella quarta regione italiana per sequestri di beni alla mafia, la nostra Lombardia, «i figli dei boss studiano economia e legge per infilitrare la finanza e le aule di tribunale, e la mafia ricicla i soldi e nasconde i latitanti. Busto Arsizio è nota in Sicilia come “Gela Due”». Che fare? Educare i giovani alla legalità e preservare la presenza dello Stato, a partire dalle cose più piccole. Non chiudersi nel proprio piccolo ma agire per cambiare le cose: «noi giovani dobbiamo studiare per arrivare a occupare i posti di responsabilità, prima che ci arrivino i figli dei boss».

Memorabile l’intervento di suor Carolina, da lacrime agli occhi per sincerità, semplicità e intensità.«Sono nata dove c’è la camorra (ad Aversa, ndr), sono stata poi a casa della mafia (Brancaccio) e della ‘ndrangheta (San Luca, Locri), mi manca solo la Sacra Corona Unita» ironizza narrando la storia di una ragazza “ribelle” che trovò pace alla sua inquietudine nella vocazione. Dal 1991, con il passaggio a Brancaccio e l’incontro con don Pino Puglisi, la scintilla dell’impegno antimafia, che non si esplica in proclami, bensì in un diuturno lavoro “sul campo” fra i giovani, faticoso ma ricco di soddisfazioni.

«A Brancaccio la mafia era nell’aria, la gente la vedevi che si chiudeva dietro le imposte, come nei film». Nel contesto di questo quartiere dominio assoluto dei boss di Cosa Nostra don Pino Puglisi portò una irreversibile ventata di novità. «Era un sacerdote aperto» ricorda suor Carolina, «per lui l’altare fu non uno scudo, ma strumento per aprirsi ai poveri e agli ignoranti, gli sfruttati dalla mafia». Fatti come il cadavere di un anziano rimasto tre giorni senza nessuno a portarlo via, o una coppia di novelli sposi quasi trentenni ed entrambi analfabeti (!), fecero riflettere don Pino sulle chiavi del potere mafioso: miseria e ignoranza. Nelle cantine di un palazzone di otto piani c’era l’inferno. I boss ci avevano ricavato dei depositi di armi e droga (e ragazzini mai visti a scuola ne erano i corrieri), i ragazzi vi si divertivano a squartare i cani sconfitti nei combattimenti clandestini «per vedere com’erano fatti dentro», e le più turpi e sordide voglie nei confronti dei minori venivano soddisfatte con la violenza. A tanto orrore don Pino Puglisi rispose creando un centro per i giovani, accogliendo, educando, dando l’istruzione di base agli analfabeti, accompagnando i bambini a scuola. Tutte cose, che, diceva, venivano prima dei sacramenti, perchè solo dopo che ognuno avesse realizzato chi era, e chi era il proprio fratello, si sarebbe stati pronti per incontrare Cristo. Una crociata di liberazione, senza altra arma che il Vangelo.

Don Pino sopportò le offese e le minacce dei boss a lui rivolte. Non sopportò quelle contro i suoi collaboratori ed amici. Denunciò con veemenza, a Messa, chiamò «bestie» e «uomini senza coraggio» i capimafia, ma al tempo stesso li sfidò al dialogo, «perchè è facile nascondersi dietro una pistola invece di guardarsi negli occhi e parlare». Suor Carolina gli chiese se non temesse di esporsi troppo. «Cosa potranno mai farmi, più che uccidermi?» rispose il sacerdote. Il 15 settembre 1993, nella sua Brancaccio, dove era nato esattamente 56 anni prima, ricevette la corona del martirio perdonando cristianamente i suoi assassini.
«Padre Puglisi morì, ma non invano, tanti mafiosi sono morti come lui, ma è la vita, non la morte, che fa la differenza. Ci sono tre strade, e la peggiore, forse peggio ancora di quella del male, è quella grigia dell’indifferenza» ricorda suor Carolina, che poco dopo l’uccisione di don Pino Puglisi dovette lasciare Brancaccio ed andò a sistemarsi a San Luca, paese aspromontano famigerato per le faide di‘ndrangheta: dalla padella alla brace. «Bisogna schierarsi dalla parte del bene, non farsi gli affari propri in pantofole, mentre il mondo muore della nostra indifferenza. Padre Puglisi morì per mostrarci la via della libertà: perchè solo chi è libero può fare del bene».

Nella Locride ostaggio delle ‘ndrine, l’allora vescovo monsignor Bregantini mise suor Carolina e le consorelle della Fraternità del Buon Samaritano, da lui fondata, a confronto con problemi del medesimo ordine di Brancaccio. «Le ferite possono diventare feritoie della grazie» sostiene monsignor Bregantini, ma la strada da percorrere è lunga in una terra segnata dall’arbitrio e dal sopruso, dove «lo strapotere mafioso», ricorda suor Carolina «si legge negli occhi della gente». Fin dai bambini prepotenti con i coetanei, fin dai ragazzini delle medie (in una scuola l’80% ha il padre carcerato o latitante) di cui suor Carolina accetta la sfida quotidiana, fatta di sgarbi e offese che col tempo, di fronte al coraggio – «non si può avere paura, mai mostrarsi deboli» – alla fermezza e all’amore, si stemperano. Storie di piccoli e grandi successi al Centro dedicato a don Pino Puglisi, nato su beni sottratti alla ‘ndrangheta, dove ragazzi destinati ad un futuro di violenza scoprono che un’altra vita, un’altra relazione con i propri simili è possibile. Non mancano i rischi: «dei pezzi grossi locali volevano finanziare il nostro centro – in cambio di voti, s’intende. Abbiamo detto di no». Il centro accoglie tutti, buoni e meno buoni, «senza giudicare, riconoscendosi fratelli e figli di Dio, senza sentirsi migliori di altri», dando con rigore e affetto regole a giovani altrimenti capaci solo di perpetuare l’eterna catena della sopraffazione. «Anche i mafiosi hanno bisogno di un sorriso (viene in mente quello mite rivolto da don Pino ai suoi assassini, ndr), sono come animali feriti, che aggrediscono per non essere aggrediti. Insegnamo che la vita può essere fiducia nell’altro e in sè, che l’abito firmato potrà anche sembrare un must, ma la firma più in è quella di Dio, che quello che si accumula su questa terra si perde, ma i tesori accumulati nel cuore restano».

29/01/2008
Stefano D’Adamo stefano.dadamo@varesenews.it